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di Rimini n.8 / 4.6.2003
editoriali
Chi siamo.
La profezia popolare ricordata da Rondoni sul Corriere della Sera, lui, poeta di nascita forlivese, a proposito di noi riminesi dice: “Han fatto i soldi in vent’anni, ma sarà la loro rovina”; in buona sostanza professando quello che hanno sempre pensato tutti i romagnoli “di terra”, opponendosi a noi devoti dell’acqua salata e della vita facile. E la sentenza suona così definitiva che non ci si può non domandare quando siano iniziati questi vent’anni o, detto in altro modo, da quand’è che avremmo a meritarci questa fama di leggeri, frivoli e anche immorali.
In attesa che qualche storico locale ci soccorra, ci rifacciamo a una citazione riportata da Meldini (su “La riminese”). E’ di Celimauro di Norvegia che, nel 1652, lanciando una sfida alla città descriveva così i suoi abitanti: "...mortificati da un ozio che vi avvelena il valore, mentre obliate la lizza di Marte per dar forse campo migliore ai brindisi di Bacco [e] agli amplessi di Venere..."
Per parte nostra, più vicini alla cronaca, vogliamo solo ricordare quell’indagine degli anni ’90 secondo la quale Rimini era la meta programmata dalla stragrande maggioranza degli adolescenti che scappavano di casa. Probabilmente quegli stessi che oggi, ormai cresciuti, fanno parte di quei 60.000 che, a detta del presidente della Provincia, in capo a dieci anni vorranno aggiungersi a noi.
Insommma non è da ieri che la nostra città viene percepita come una sorta di paradiso del buon vivere e, sembra, sia destinata a rimanerlo ancora per molto tempo.
Allora, forse, tra cronaca, storia, profezie e sberleffi è ora che noi per primi si esca dai luoghi comuni su noi stessi e si provi a dare una risposta seria e convincente su chi siamo. Anche perché molti, in città, sono convinti che quanto ci è stato predetto in realtà si sia già avverato e che l’anima, i riminesi, se la siano giocata definitivamente in cambio, prima, di un po’ di ombrelloni e molto contante e, adesso, per un bel mucchio di mattoni.
Già, chi siamo?
La domanda è di quelle pesanti, che dovrebbero costringere ad un ragionamento e insieme ad una sorta di esame di coscienza, di sguardo pulito sui fatti e sulle cose; di quelle che ogni tanto fa bene porsi e che, allo stesso tempo, è tanto facile eludere con qualche bel discorso, una metafora azzeccata o uno slogan ben confezionato.
Siamo stati la città del rimorchio, della vacanza per famiglie e del divertimento; e anche se di volta in volta ci hanno detto che ci saremmo estinti come Zanza, le spalline imbottite o come le balere e le discoteche, siamo ancora qui e non siamo ancora in rovina, anzi. Sappiamo adattarci ad ogni cambiamento e stiamo già studiando di cosa saremo i “professionisti” nel terzo millennio. Ma siamo proprio sicuri che questo possa bastare a definire una città e, più, noi stessi?



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