La discussione di un atto così decisivo nel governo di una città qual è il suo bilancio di previsione meritava “qualcosa” di importante; e così è stato. Nel corso della seduta consiliare dedicata alla sua approvazione si è infatti registrato uno schieramento trasversale perlomeno inaspettato a favore della sussidiarietà e della sua capacità di essere, al di là dei valori che le si possono attribuire, un buon metodo di amministrazione delle risorse economiche pubbliche.
E se gli interventi dell’assessore Beltrami (relatrice della proposta di bilancio), di Zerbini e di Agosta da una parte, e di Miserocchi dall’altra, erano prevedibili, suscita una certa sorpresa trovare in questo gruppo un uomo di apparato come Lombardo (PD) e un “resistente” di sinistra come Eugenio Pari del PDCI. A parte quest’ultimo, è poi anche evidente come le dichiarazioni esplicite in direzione sussidiaria degli esponenti della maggioranza intervenuti nel dibattito siano state preparate e coordinate: una ‘premeditazione’ che ne aumenta l’importanza politica e sta a significare un indirizzo di governo difficilmente smentibile in futuro (oltre che, forse, l’unica possibilità di far quadrare i conti della città).
In tutto questo, comunque, la novità più inaspettata è ovviamente quella di Eugenio Pari, e così lo abbiamo cercato per farci spiegare da lui stesso e con ampiezza di argomentazione la sua posizione.
“Il tema della sussidiarietà, io preferisco chiamarlo rapporto tra pubblico e privato sociale, non è un tema che mi invento io, anche se considerando la mia cultura politica dovrei ipoteticamente essere più incline a ragionare su servizi forniti ed erogati dal pubblico. Però, per esempio, rispetto al rapporto tra privato e pubblico nell’istruzione, che io lo voglia o meno, ci sono delle leggi – e mi riferisco ad una normativa regionale vastissima – che anziché invertire questa tendenza vanno sempre più ad aumentarla. Allora il tema, per quanto mi riguarda, è presto detto: si tratta solo di capire i ‘paletti’ che il pubblico decide di inserire nelle modalità di confronto e di rapporto con il privato. Punto.
E’ chiaro che dal mio punto di vista vanno prima tutelati i servizi pubblici, ossia, rispondendo al dettato costituzionale, senza aggravio per il pubblico; ma è evidente che in un rapporto di regole precise e condivise, ci sta che il soggetto privato possa gestire quei servizi che il pubblico non riesce a gestire. Il tutto a garanzia della collettività. Quindi non c’è nessun tabù ideologico in questo senso.”
Pari come è sua consuetudine parla lentamente, un po’ sottovoce e sembra non condividere la nostra sorpresa. Certo, sulla definizione e sui margini di sussidiarietà resta probabilmente molta distanza, ma quando il punto di partenza non è l’applicazione di uno schema ideologico predefinito (o tabù che dir si voglia) bensì l’osservazione della realtà, qualche passo insieme lo si può sempre fare.
“E’ il contesto che è dato. Io potrei limitarmi a uscire, a sparare sul capanno dicendo ‘guai al rapporto tra privato e pubblico’, però di fatto la realtà va da tutt’altra parte. Questo è un dato di fatto: una precisa realtà normativa che struttura una realtà dei fatti, una realtà quotidiana. E io, uomo di sinistra, con tutta la storia della sinistra (penso ad esempio alla cooperazione), mi pongo questo problema perché magari un giorno mia figlia o mio figlio per riuscire ad andare all’asilo dovranno andare in una struttura attualmente gestita da associazioni religiose. E allora il problema è un altro: la sinistra, piuttosto che denunciare questo fatto che è una realtà, è in grado invece di costituire una alternativa a questi soggetti?
Questo è il mio problema, non è un problema di battaglie ideologiche fini a se stesse. Quindi, piuttosto che limitarsi alla denuncia di una realtà che sta andando in una precisa direzione, la sinistra dovrebbe riuscire ad organizzarsi, a recuperare dal proprio patrimonio storico culturale e organizzativo quegli elementi che consentano ad una cultura laica, progressista e democratica di inserirsi pienamente in questo contesto e fornire anche lì un proprio modello di cultura.”
Abbandonati gli schemi ideologici, così evidentemente superati dai fatti e dalle nuove condizioni della vita sociale – quasi un eco delle posizioni che abbiamo ritrovato nel dibattito avviato dal nostro giornale in queste settimane – la politica ritorna ad essere, come era nelle tradizioni politiche popolari proprie del nostro Paese, una ‘competizione’ aperta sui modi per affrontare i bisogni che tutti viviamo.
“Qui, nella nostra regione, nella quale c’è sempre stata una presenza di guida e di governo del movimento operaio, è nato il socialismo municipale. Ora, in un momento in cui siamo tutti d’accordo vi sia una crisi pesantissima di tutti i gradi di rappresentanza politica, una crisi che poi esprime un disgregamento sociale, io credo che la sinistra politica debba recuperare la cultura del saper fare oltre che del saper dire e del saper parlare.
I servizi pubblici locali, attraverso poi le municipalizzate, sono nati in Emilia Romagna, sotto la guida di municipalità governate dal movimento allora socialista e, dal primo dopoguerra, dal movimento comunista. Però quegli elementi lì, le municipalizzate, i servizi pubblici erogati, erano elementi di salario aggiuntivo che riuscivano a sopperire alle mancanze dello stato, in una fase di non ancora pieno sviluppo del welfare. Oggi siamo di fronte alla stessa situazione, nella quale le risorse disponibili sono comunque limitate, ce lo diciamo tutti e lo sappiamo tutti.
Il punto è se lasciare la cultura del saper fare nelle mani del movimento cattolico soprattutto oppure se la sinistra ha qualcosa da dire o sa fare qualcosa in questo settore. E qui credo che si sconti un ritardo da parte della sinistra politica in Italia: l’abbandono di una cultura del saper fare.”
Pari lo dice esplicitamente, la resa di cui parla è il frutto avvelenato di un esercizio del potere che ha perso quella capacità di rapporto con il popolo che invece aveva un tempo.
“Andrebbe fatta anche una valutazione da parte della sinistra su tutto il sistema delle cooperative. Purtroppo il caso Unipol ci ha dimostrato che questo sistema ha scelto, come dire, una deriva prettamente finanziaria e liberista; mentre io credo che, proprio per modalità e per organizzazione, il modello delle cooperative possa dire ancora tanto in un sistema dove i diritti dei lavoratori, dei consumatori, dei cittadini sono messi a repentaglio da queste dinamiche liberiste e finanziarie; che possano offrire delle occasioni di sviluppo compatibile alle esigenze dei cittadini e non solo alle esigenze dei mercati finanziari.
Noi della sinistra dovremmo cominciare a ragionare andando oltre l’aspetto di denuncia, cominciare a ragionare sul modello di società che vogliamo in alternativa a questo che sicuramente non penso possa essere ‘il capolinea dell’umanità’. E’ un’espressione un po’ altisonante, lo so, ma sono i termini di un dibattito che la sinistra ha abbandonato da quasi quindici anni.”
Per quanto ci riguarda, noi lo riprenderemo tra quindici giorni.
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