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Volentieri nello scorso numero ci siamo prestati ad ospitare l’intervento del presidente Fabbri. Partendo dalle parole del vescovo Lambiasi, il numero uno della Provincia vi esponeva un’analisi inedita e anche spietata delle difficoltà attuali della politica, lanciando altresì a “ogni forza politica e ogni attore sociale“ la richiesta di un rinnovamento, dell’avvio di una nuova stagione, e aprendo infine alla possibilità di immaginare “percorsi nuovi” aperti al contributo di tutti. Su questo ragionamento si sono inseriti poi i commenti di alcune tra le voci più importanti della politica cittadina e anche un contributo molto articolato di Marco Lombardi, segretario provinciale di Forza Italia, pubblicato sulla ‘sede’ on line di questo giornale appena qualche giorno dopo l’uscita del presidente della Provincia.
A proposito del dibattito che si è avviato vale la pena notare a questo punto anche il diverso comportamento, ben caratterizzato e diversificato, delle testate quotidiane locali. Il Carlino ha infatti insistito apertamente sull’orizzonte strettamente politico dell’apertura contenuta nelle parole di Fabbri e di Lombardi, mentre la Voce, pur non meno certa di questa interpretazione, ha cercato di arginarla dentro i rigidi margini imposti dalle alleanze vigenti a sinistra. Il Corriere, infine, ha scelto di derubricarla nell’ambito di un impegno morale alla coerenza, così come Lombardi indicava, tra le altre cose, nel suo intervento. Certo si tratta di interpretazioni e la nostra non conta più delle altre, anzi. Per questo abbiamo deciso di continuare il discorso con un altro esponente di rilievo di Forza Italia, Fabrizio Miserocchi, capogruppo in Provincia per il suo partito.
“Sono molto interessanti le analisi fatte da Nando Fabbri e dall’amico Marco Lombardi, segno che da un’osservazione attenta e sgombra da pregiudizi, avendo un osservatorio privilegiato come quello della rappresentanza di un territorio, è possibile leggere e interrogarsi sui mutamenti e le profonde trasformazioni in atto. Mi sono chiesto anch’io allora se esiste davvero una difficoltà di traduzione del bel decalogo che Mons. Lambiasi ci ha proposto come pensiero e guida nel dicembre scorso, e devo dire che il mio primo sentimento non è di smarrimento ma di forte tensione, per recuperare subito una parola citata dal Vescovo.”
Sia Fabbri che Lombardi sono stati molto duri verso la politica. Il primo evidenziandone tutta l’incapacità attuale di cogliere il cambiamento, il secondo, tra le altre cose, cogliendone la debolezza, “ostaggio com’è di compromessi spesso innaturali.”
“Le città, la provincia, il territorio vivono un clima di attesa, c’è come un giudizio sospeso riguardo alle scelte non più rimandabili che la gente si aspetta da noi: un welfare meno costoso e più efficace, una gestione del territorio più equilibrata, un sistema economico che trovi un amministrazione amica piuttosto che un nemico burocratico. Se non avremo risposte credibili la grande ondata di anti-politica che sferza la classe ‘governante’ nazionale scenderà a valle e trascinerà via tutto, buoni e cattivi. Per questo se è vero che rendita e ‘continuismo’ vanno lentamente logorando le capacità della politica di leggere e di rispondere più efficacemente ai bisogni della comunità, mi convinco sempre più che il nostro sforzo politico e culturale non può che partire da una posizione antropologica antecedente la politica e cioè dal riconoscimento in primis del valore della persona e quindi dalla sua libertà.”
A questo proposito Fabbri, parlando della necessità di “sperimentare nuove strade”, ne ha indicato il punto di partenza in una “maggior fiducia che va prestata ai cittadini e alle loro autonome e molteplici organizzazioni”.
“La politica degli ultimi anni ci ha consegnato un diseducazione civile che ha contrapposto modelli ideologici figli di teorie o, peggio, di interessi di parte, tralasciando quella radice popolare di valore che aveva mosso all’inizio del secolo sia il mondo operaio e cooperativo socialista che il cattolicesimo popolare. Il bene riconosciuto e praticato ha sempre generato consenso e potere ma questi venivano rimessi in circolo nella società per produrre altro benessere e altro sviluppo: questo è ‘servizio’! Oggi invece assistiamo al fenomeno inverso, dove chi detiene potere ciclicamente perde consenso a meno di legare a fili esclusivamente clientelari interessi e rendite; ma le risorse sono scarse, la spesa amministrativa sempre più rigida e il sistema sta implodendo.
Esiste solo una via di uscita, tentare di dare attuazione all’unica espressione politica della libertà: la sussidiarietà! Eppure tra noi, e in gran parte del dibattito nazionale, la discussione sulla sussidiarietà è spesso affrontata con il pregiudizio datato della contrapposizione pubblico-privato, oppure giocata da schieramenti religiosi o laicisti. Ideologicamente i partiti, più che la società civile, si arroccano su posizioni irremovibili sapendo che concedere spazi di libertà agli individui potrebbe minare la ‘dipendenza’ dalla politica. Così facendo ci allontaniamo sempre più dalla vita reale, dalla quotidianità e da quell’attesa che interroga sempre più insistentemente la nostra responsabilità.”
Qualche crepa nel muro dello statalismo e della pretesa di gestire direttamente tutta la vita dei cittadini si vede; e sono forse il frutto, oltre che della scarsità delle risorse, della necessità di riguadagnare ‘un consenso non più garantito dai blocchi sociali di un tempo’. E certe idee ormai sono davvero trasversali ai due schieramenti.
“La sussidiarietà non è solo la ridefinizione dello stato sociale o una strada per riformare alcuni servizi. La sussidiarietà ha in sé il potenziale per ridisegnare il rapporto tra Stato e quindi tra politica e cittadini, in un’ottica di compenetrazione tra tutte le forze vive di un territorio attraverso la condivisone sociale dei bisogni. E’ un metodo in divenire che si fonda su 3 principi fondamentali: la compresenza sulla scena sociale di agenti statali e privati, la libera scelta da parte del cittadino, un sistema che valorizzi la capacità autonoma dei corpi intermedi di far fronte ai bisogni della società. Ma senza la tensione morale alla libertà e senza quel coraggio necessario a rompere il recinto ideologico e di schieramento in cui ci hanno/siamo rinchiusi, resteremo sempre a guardare i cambiamenti e non saremo in grado di favorirli ne indirizzarli verso il bene comune.”
Lombardi riprende con forza il tema della coerenza e la mette in relazione all’idea della politica come servizio. Come a dire che ognuno deve essere coerente con questa concezione, con questo servizio che si è assunto, cercando di dare le risposte che sono realmente più efficaci; tanto è vero che gli equilibrismi politici ne sarebbero il rischio di tradimento più grande. E aggiunge a un certo punto: noi questo l’abbiamo fatto, siamo stati coerenti al servizio, non all’ideologia o alla contrapposizione. Lasciando implicito, ma abbastanza evidente, il giudizio che adesso toccherebbe ad altri dimostrarlo.
“Oggi una classe politica di opposizione matura che è cresciuta, a piccoli passi, in modo costante come Forza Italia vive una riflessione attraversata da un sottile dualismo: la aprioristica contrapposizione alla caccia del consenso o la partecipazione, mantenendo il ruolo di controllo al quale l’hanno consegnata i cittadini, al governo di alcuni grandi temi con proposte e idee per sostenere il cambiamento in atto. Il clima elettorale che si è delineato a livello nazionale ha interrotto la discussione interna che si era innescata sotto la spinta del Partito democratico e del Popolo della libertà, strumenti perfetti per una svolta epocale nel mercato della politica, ma non ne annullato l’evoluzione. Certi passaggi sono irreversibili e sono il frutto di una consapevolezza che nasce non appena da una sensazione personale di Berlusconi e Veltroni ma da un sentimento diffuso e condiviso tra i rispettivi mondi di riferimento, e anche in periferia non possiamo non tener conto di questo dato.”
A livello nazionale, quando si poteva ragionare con calma, prima della crisi di governo, erano in molti a sperare in un ‘accordo’ per affrontare le quattro o cinque questioni più urgenti e che richiedono il contributo di tutti. Anche a livello locale si sentono più spesso di quanto sembri, gli stessi ragionamenti.
“Localmente il terreno di confronto però deve avere scadenze precise e passaggi chiari per non annullare le differenze che rimangono e che contraddistinguono le identità di ciascuno, ma che possono trovare un punto di sintesi su elementi come la programmazione del territorio o le grandi opere infrastrutturali e viarie, per citarne qualcuno. Tensione al bene comune e coraggio, secondo le parole del vescovo, incontrino dunque le coerenze nelle azioni di ciascuno: su questo vale la pena giocare la nuova cifra della politica e noi stessi.”
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