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Rimini prova a darsi una scossa. Dopo il lungomare, si sale verso la linea della ferrovia. E’ giunto il momento degli alberghi. La variante è stata approvata, gli albergatori hanno iniziato a discutere e quelli che per adesso mostrano qualche dissenso sono i più piccoli, gestori di strutture con qualche decina di camere, ma che nel territorio sono tanti. Tantissimi. Un malumore che non ci stupisce, anche perché si deve dare atto all’Amministrazione che questa volta la partita è difficile.
Poiché i piccoli alberghi non ci sono solo a Rimini, abbiamo provato a dare uno sguardo oltre il Marecchia per capire cosa succeda nel resto del mondo. Sono una specie in via d’estinzione, come qualcuno vorrebbe, oppure godono di buona salute? Ne abbiamo parlato con Giancarlo Dallara, docente di marketing presso l’Università di Perugia e con Mauro Santinato, presidente di Teamwork, società di Marketing Turistico.
“Le piccole strutture ricettive ci sono, sono più numerose delle grandi e crescono – commenta Giancarlo Dallara – e questo accade in tutto il mondo: dagli Stati Uniti fino alla Germania, dove un recente confronto con l’Italia ha mostrato che un albergo medio in Germania ha meno camere che un albergo medio nel nostro paese”. Sulla stessa linea d’onda Mauro Santinato: “I piccoli alberghi hanno un grandissimo successo, la tendenza è a livello internazionale: dalla Francia all’Inghilterra fino alla Scozia, al Portogallo. A Miami per esempio la maggior parte sono alberghi da 50, 60 camere”.
Insomma i piccoli alberghi non sono assolutamente in estinzione, anzi. Prosperano, sono ricercati perché piccolo è bello e questo succede anche in Italia. La cosa più interessante, come spiega Dallara, è che è lo stesso mercato che chiede la loro sopravvivenza. “Nel nostro paese la percentuale di grandi alberghi è sotto il 10 per cento, per il resto sono piccole strutture. Soprattutto sono ricercati dai consumatori cui piace auto organizzarsi la vacanza e che sono sempre di più. Certo, non sono gli imprenditori in giro per affari che cercano il piccolo albergo, e nemmeno chi partecipa ai congressi. Costoro preferiscono soggiornare nelle grandi catene, nelle quali sanno essere garantiti determinati standard. Quelli che invece viaggiano con calma e si organizzano la vacanza, cercano un ambiente familiare, accogliente, con una sua fisionomia particolare e una gestione familiare: cercano il piccolo albergo di qualità”.
Qual è il problema allora? “Il problema, soprattutto nella nostra zona – afferma Santinato – è che molto spesso il piccolo non è bello, non è esclusivo, non è affascinante. La situazione è che abbiamo un prodotto che non incontra il gusto dei consumatori”.
“Il piccolo albergo che non ha mercato è quello che non ha qualità – riprende Dallara – infatti il piccolo deve diventare più moderno e più locale. Più moderno nel senso che deve rispettare gli standard minimi, non internazionali, ma minimi. Più locale vuol dire che deve essere espressione della cultura locale come modo di presentarsi e come caratteristiche della gestione”.
Quindi il problema è che questi alberghi si devono riposizionare, devono riconquistare il mercato, non vivacchiare, ma ricominciare a fare girare i motori. E qui nascono due atteggiamenti diversi nei nostri interlocutori; come due accenti, due sottolineature: non opposti e inconciliabili tra loro ma certamente diversi; in questo rispecchiando il dibattito cittadino di questi giorni.
Giancarlo Dallara, infatti, da una parte rileva un problema legislativo e dall’altra un problema di formazione. “Tutto parte da un equivoco. Le leggi sono fatte per i grandi alberghi, perché si pensa che un albergo debba essere per forza grande. Basta guardare le norme antincendio, le norme sulla sicurezza. Le piccole strutture sono obbligate a rispettare norme per 100 camere, quando ne hanno venti. Il piccolo albergo è considerato un grande incompiuto. E poi c’è un problema di formazione: nelle scuole non si insegna a gestire un piccolo albergo, ma solo una grande struttura”.
Mauro Santinato guarda l’altra faccia della medaglia. Per Rimini e per tanti piccoli albergatori è arrivato il momento di decidere che cosa fare da grandi. “Per una volta che Rimini, per prima sulla costa, decide di rivedere la propria offerta alberghiera, mette in campo norme per riqualificarsi e migliorare il servizio, bisogna sfruttare l’occasione, ognuno deve decidere che cosa fare. Il problema non può essere la quota di residenziale che mi viene data in cambio o la possibilità di trasformarmi in Rta o altre cose. Il problema è che si deve decidere se fare gli imprenditori o meno, se si vuole rischiare o meno. In questo Ermeti ha perfettamente ragione. E’ l’occasione per rifondare il sistema alberghiero”.
L’obbiettivo da raggiungere per i tanti, forse la maggior parte piccoli alberghi riminesi è chiaro: rimodernarsi e rilocalizzarsi. Questo è ciò che la variante si propone di indirizzare, questo è ciò da cui partire per cercare i sostegni necessari a che la variante funzioni e produca quell’innnovazione che ricerca. Ma la ‘legge’ non può sostituire il rischio dell’imprenditore. “La riqualificazione non può essere finanziata da una variante urbanistica”, afferma Santinato. Le possibilità per gli imprenditori di essere creativi ci sono. Ci si può accorpare e mettersi insieme, si può spingere per far sì che si inizi a sperimentare anche in zona balneare forme di ospitalità diffusa di cui è promotore altrove lo stesso Dallara.
Due accenti, due facce della stessa medaglia che è difficile separare. In questo momento, allora, sarebbe interessante sapere chi ci sta a giocare e chi invece si vuole ritirare, chi vuole capitalizzare perché non crede nel futuro balneare di Rimini e chi è pronto a ricominciare. Sapere con chi si parla realmente sarebbe un buon modo per capire se la variante può funzionare così com’è o in che direzione andrebbe modificata.
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