|
Nel silenzio, ecco le Aziende per i Servizi alla Persona. La maxi “Operazione Asp”, che ha preso il via con la Legge Regionale 2/2003, prevede - come ricordato nel numero 77 di Ariminol - la trasformazione e fusione della maggioranza delle vecchie Ipab in aziende pubbliche. La posta in gioco è enorme, ma non si tratta solo di nuove poltrone per la politica o della gestione di patrimoni immobiliari enormi (a livello regionale le cifre si aggirano oltre i 550 milioni di Euro). Il dato economico è quello più preoccupante
La vera grande partita è la sostenibilità, o forse insostenibilità, del “welfare state” locale: spiega Gianni Varani, Consigliere Regionale di Forza Italia, che in Giunta ha battagliato contro questa mutazione genetica. I conti in generale, e sociali in particolare, fanno fatica a quadrare: la prova è nello stesso aumento delle tasse. Questa scelta è stata fatta da tutti: la Regione, che ha aumentato l’Irpef e l’Iirap nel 2007; gli Enti Locali, che stangano. Lo Stato, dal canto suo, trasferisce meno risorse, ma non riesce a calare le tasse, e gli Enti Locali prelevano a loro volta di più.
Secondo Varani, quindi, non serve altro per dire che lo Stato, ed in genere le sue articolazioni, costano sempre più. A fronte di ciò, i bisogni aumentano. Prendiamo per esempio la natalità: nonostante lo “strombazzamento” recente sulla ripresa di natalità in Emilia-Romagna, siamo ben lontani dal recupero del buco demografico che si è creato nei decenni passati, soprattutto dopo la legge 194. E se da un lato questo buco non viene compensato nemmeno dall'immigrazione, dall’altro la popolazione continua ad invecchiare, coi relativi bisogni sempre più accentuati.
La sanità, infatti, sfiora ormai l'80 % delle spesa corrente regionale - quasi il 70% quanto al bilancio – ed è sotto gli occhi di tutti quanta fatica facciano le Asl a far quadrare i conti. Le politiche sociali, è un fatto incontestatibile, sono la cenerentola del welfare italiano - prosegue Varani - contrariamente a quel che si pensa e dice. E' un fatto oggettivo, da una parte, e storico, dall’altra: la spesa assistenziale italiana si è focalizzata su sanità, scuola e pensioni, a differenza di altri stati europei. La stessa spesa per la famiglia in Italia è vergognosamente inferiore ai competitori europei. È vero: la riforma pensionistica sta cercando di riallineare la spesa sociale italiana, ma la strada è ancora molto lunga. La Regione tenta, certo, un rialzo della spesa sociale, facendo un fondo regionale per la non autosufficienza pari a 300 milioni di Euro, ma come l'ottiene? Con una spremitura fiscale, senza ridurre costi e senza inventare qualcosa che mobiliti risorse dal privato.
Le Asp, inoltre, significano pubblico impiego. Il personale delle cooperative sociali costa mediamente i 2/3 di quello pubblico. Il che ovviamente non è bene per le cooperative sociali, ma se si riallinea tutto al pubblico impiego, come vorrebbero i sindacati, immaginiamo la spesa sociale da cosa verrà assorbita. I post-compagni teorizzano che con le Asp daranno di più e meglio: ne dubitiamo. Il personale costerà di più, i posti di cui c’è bisogno per anziani, disabili e minori non saranno affatto coperti dalle Asp che dovranno semmai aumentare le tariffe. Accadrà una eterogenesi dei fini: le Asp "sfrutteranno" manodopera esterna per tentare di contenere i costi.
Va infine considerato che in tutti questi anni, dal Prodi I al Prodi II, passando per il Berlusconi II, la spesa statale pro welfare, la sanità in particolare, è sempre cresciuta, mai diminuita. Siamo passati dal 4,5% sul Pil dell'epoca Bindi, per la sanità, al 6,9% sul Pil con Berlusconi, ed ora siamo al 7% o poco più: eppure sentiamo che non ce la facciamo, che i bisogni esplodono. Ripeto: il modello Asp significa statalismo in cerca di una difficile efficienza – un modello vecchio spacciato per nuovo - e che non si pone per nulla il problema di agevolare la scelta della gente, ad esempio attraverso il sistema dei voucher.
Se la finanza pubblica locale, e oltre, non regge la sfida, ciò che occorre è un modello sussidiario, di forte responsabilizzazione e coinvolgimento di privati, con le persone messe nelle condizioni di scegliere tra servizi accreditati, ad esempio con buoni sociali. Servivano più fondazioni non profit accreditate e nuove imprese sociali, ma la legislazione nostrana si è dimostrata, ancora una volta, troppo arretrata. Servono politiche sociali e fiscali che premino e aiutino la gente e le opere sociali.
Con questo sistema la maggior parte delle famiglie dovrà fare "il fai da te". E il privato sociale? Soprattutto quello cooperativo serve alla causa, ma gioca un ruolo di rincalzo rispetto alle Asp e fa fatica a far quadrare i conti. Alcune delle cooperative riminesi, dopo un breve giro di telefonate, non hanno ancora capito di cosa si parla quando si parla di Asp: sperano forse di sopravvivere con le briciole che questo Moloch statale lascerà cadere dal tavolo. Le Asp, vere e proprie ‘aziende’, infatti, saranno privilegiate negli accreditamenti e nel conferimento dei servizi: da non scordare, infatti, che si va verso il superamento della gare d’appalto nei servizi alla persona, un’altra questione delicatissima e non abbastanza discussa. Queste Aziende per i Servizi alla Persona, tendenzialmente una per distretto, diventeranno gli strumenti privilegiati per controllare la spesa sociale, usare, eventualmente vendendoli, i patrimoni accumulati nei secoli, e gestire consenso.
|