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di Rimini n.8 / 4.6.2003
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Ortodossi, cioè riminesi.
L’aspetto esteriore è come uno se lo immagina. Presenza fisica imponente, folta barba nera, tipico copricapo dei sacerdoti ortodossi, una vistosa croce sul petto. Padre Serafino Corallo non è più solo il parroco della chiesa ortodossa della Presentazione di Maria Santissima al Tempio, ma vicario della Sacra Arcidiocesi d’Italia per la Romagna, le Marche l’Abruzzo e il Molise. Sacra Arcidiocesi che fa riferimento al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che nell’ambito dell’ortodossia si occupa della diaspora, cioè dei fedeli che vivono lontano dalla terra d’origine. “Ma ormai – spiega padre Serafino – non siamo più una Chiesa della diaspora. I nostri fedeli si sono radicati, hanno sposato italiani, in questo paese hanno avuto figli che qui hanno battezzato”. Dobbiamo insomma abituarci all’idea che l’ortodossia non è più un fenomeno tra l’esotico e il folcloristico portato dagli immigrati, bensì una delle confessioni religiose degli italiani, dei riminesi. Lo stesso padre Serafino è italiano, pur con madre di origine greca che gli ha trasmesso l’antica fede. Sposato con una russa, ha seguito gli studi teologici a San Pietroburgo e a Mosca ai tempi della perestrojka.
Certo ne è passato di tempo da quando nel 1999 arrivò in questa terra di missione dove non c’era una chiesa ma solo fedeli che desideravano seguire una Divina Liturgia come si usava nella patria d’origine. La prima chiesa fu un magazzino in via Parmense, poi il Metropolita Gennadios chiese a monsignor De Nicolò se poteva concedere una chiesa. La scelta cadde sull’ex parrocchia delle Celle che adesso – afferma orgoglioso padre Serafino – è una delle più belle chiese ortodosse d’Italia. È anche una chiesa dove c’è santità perché alcune delle icone (ce n’è anche una con la famiglia dei Romanoff) trasudano olio. Il miro è un segno che in quella chiesa si prega bene, c’è fede, si rende gloria a Dio. Alla Divina Liturgia della domenica partecipa di solito un centinaio di persone, ma l’anno scorso a Pasqua erano quasi quattromila i fedeli giunti da Rimini e dalle città limitrofe. La parrocchia di padre Serafino è multietnica (russi, ucraini, moldavi, serbi, albanesi, greci) ma si celebra in italiano perché così capiscono tutti. Mancano i rumeni perché preferiscono andare alla celebrazione greco-cattolica, in lingua rumena, che si tiene nella chiesa di Sant’Onofrio. Una pratica di sincretismo religioso che non piace al padre.
Se non è più una chiesa della diaspora, è dunque una chiesa in missione che vuole riportare tutti all’ortodossia, cioè alla retta fede e al retto modo di rendere gloria a Dio? “Per prassi – spiega il vicario – noi non facciamo proselitismo. La porta della chiesa è sempre aperta per entrare e per uscire. Se una persona italiana, che ha marito o moglie nell’ortodossia, viene da noi e spontaneamente ci dice che vuole abbracciare la nostra fede, noi rispondiamo così: devi conoscere, devi documentarti, non devi pensare di venire da noi per combattere la chiesa cattolica, anzi la devi amare; ortodossia è amore, è ricerca dell’unità dei cristiani. Se capiscono questo, li accettiamo”.
Padre Serafino parla con il rigore e la semplicità di un vecchio parroco di campagna d’altri tempi. Concetti elementari, precisi, nessuna concessione a tentativi di mediazione culturale. L’antica tradizione ortodossa – icone, sontuose liturgie, incensi, spiritualità – trapiantata a Rimini, punto e basta. Non deve essere facile essere ortodossi a Rimini, dove la vita segue altri riti ed altre liturgie, assai poco spirituali: “Ai miei fedeli dico sempre: la chiesa è la salvezza dell’anima, quando siete qui siete in cielo, fuori da quella porta c’è il mondo che è sottomesso al principe di questo mondo”. Sì, però anche i suoi fedeli vivono nel mondo. “Certo, d’estate Rimini è peccatrice, secondo il giudizio della chiesa. Il turismo porta movimento, ma anche discoteche, droga, ubriacature. Io consiglio sempre tutti, specialmente i giovani, di fuggire le tentazioni e di camminare nell’osservanza dei comandanti di Dio”.
È terminata da poco la Settimana per l’unità dei cristiani. Sono cento anni che nella terza settimana di gennaio i cristiani di tutte le confessioni si ritrovano per pregare insieme per l’unità. Quest’anno a Rimini le iniziative sono state preparate da chiesa cattolica e chiesa ortodossa, un segno esplicito del buon stato di salute dei rapporti ecumenici tra le due realtà. Nella chiesa cattolica, sotto la guida di Benedetto XVI, è diventato motivo di attenzione il tema della ragionevolezza della fede. E voi ortodossi – chiediamo a padre Corallo – come affrontate e vivete il rapporto tra fede e ragione: “Allo stesso modo. Tutto viene da Dio, anche la ragione, niente è nostro. La fede viaggia con la ragione, anzi la fede aiuta a ragionare meglio. Quando non c’è la fede, la ragione può essere traviata.” Rilanciamo: eppure c’è chi dice che con la fede si è meno uomini, che si gode di meno la vita: “Dipende cosa si intende per godere. Se uno vive la vita come dono di Dio, nella giusta dimensione, non gli manca niente, è soddisfatto. Se invece bevo, mi drogo, commetto atti impuri, cioè vivo come una bestia e non secondo la ragione, è chiaro che la chiesa condanna tutto questo. E’ soprattutto con la fede che un uomo può realizzare se stesso”.
La conversazione entra nei temi caldi. Secondo l’ortodossia, chi è un cristiano adulto? “Primo, santificare le feste. Inutile che dici che sei cristiano e poi vai al mare invece di venire in chiesa. Quindi i sacramenti: preghiera, confessione, comunione. Amare il prossimo come se stessi, non sentirsi diversi perché ortodossi. In famiglia vivere nella giusta nella dimensione di Dio rispettando la moglie, educando bene i figli. Se tutto questo non avviene non c’è fede, ci si salva la vita rispettando i dieci comandamenti”.
E qual è la caratteristica principale dell’ortodossia? “Nell’ortodossia c’è ancora il timor di Dio. È l’uomo che cammina verso Dio e non Dio verso l’uomo. Dio è già venuto mandandoci suo Figlio. Nella chiesa cattolica, purtroppo secondo noi, a volte prevale un’idea di Dio e di chiesa che devono essere a dimensione d’uomo, perché, si dice i tempi cambiano. E così si è perso il timor di Dio, il senso del sacro. Questo è il mio parere, senza puntare il dito e giudicare”.
Ma c’è qualcosa che invidia alla chiesa cattolica? “Mah, da noi ogni chiesa è autonoma, anche un patriarca può essere rimosso dal sinodo. Questo a volte crea un po’ confusione. Nella chiesa romana tutto dipende dal Papa, c’è più ordine”. A dire il vero, spesso non sembra.



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