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di Rimini n.8 / 4.6.2003
terza
ARIMINUM, A.D. 409.
Ma dopo ciò, quando un’ambasciata era stata inviata a lui [Alarico, n.d.A.] da Innocenzo vescovo di Roma, e Alarico fu convocato da una lettera dell’imperatore, egli riparò presso la città di Ariminum, che è lontana duecento e dieci stadi da Ravenna. Egli si accampò oltre le mura della città; e Giovio, il prefetto d’Italia, conferì con lui e portò le sue richieste all’imperatore, una delle quali era, che egli doveva essere nominato con un editto magister utriusque militiae [comandante in capo della fanteria e della cavalleria imperiale, n.d.a.]. L’imperatore diede pieni poteri a Giovio di garantire ad Alarico tanto denaro e provviste quante ne poteva desiderare ma rifiutò per sempre di porre su di lui tale dignità. Giovio, inconsapevolmente, stette ad aspettare il messaggero proveniente dal palazzo nel campo di Alarico; ed ordinò che la decisione dell’imperatore fosse letta alla presenza di tutti i barbari. Rilevando che la dignità [di magister utriusque militiae n.d.a.] gli era stata negata, Alarico si infuriò a tal punto, che ordinò che le trombe fossero suonate e marciò verso Roma.
Sozomeno, Historia ecclesiastica, L. IX, cap. 7.

Siamo nel 409 d. C., e come si può ricavare dal passo di Sozomeno qui citato, si può affermare che, in quel momento, sia stata davvero la Storia con la maiuscola quella che sostava davanti le mura di Ariminum. L’anno seguente, in effetti, si compirà il famoso sacco di Roma da parte dei Goti di Alarico, avvenimento sconvolgente per l’intero Orbe romano, interpretato in termini di annuncio apocalittico da tanti intellettuali cristiani del tempo.
Tuttavia, come racconta l’Historia ecclesiastica ed altri resoconti degli storici, il destino della Città dominatrice dell’intero Orbe civilizzato si decise proprio davanti di fronte alla turrita cinta muraria riminese, ove il capo dei barbari aveva posto il proprio campo. In verità, nonostante la drammatica crisi politica che si stava vivendo, da quando, per ragioni di sicurezza, nel 402 si era stabilito di trasferire la corte imperiale da Milano alla vicina Ravenna, per certi versi, la Rimini di allora presumibilmente godeva di uno dei momenti più vitali della sua storia.
Infatti, agli albori del V secolo, il trasferimento dell’intera corte e del Dominus attorno al quale essa gravitava, significava spostare il vero perno dell’amministrazione dello Stato, la cui struttura grandiosa e piramidale aveva il compito di mettere in atto sino nelle zone più periferiche dell’Impero ciò che veniva stabilito dal suo vertice supremo, impersonato in quegli anni dall’imperatore Onorio divus et dominus. Per altro, la situazione di isolamento in mezzo alle paludi era in grado di garantire a Ravenna sicurezza, ma non altrettanta salubrità per il vivere dei cittadini, tant’è che di ciò esistono descrizioni paradossali ed ironiche da parte di nobili provinciali che si recavano nella nuova capitale per essere ricevuti a palazzo.
Quindi, se per i funzionari di vario livello era consuetudine stabilirsi in abitazioni sontuose nei territori circostanti i vari luoghi di residenza imperiale sparsi per l’Orbe romano, ciò, a maggior ragione, accadde quando la corte si mosse a Ravenna, che era poco desiderabile quale luogo per abitare piacevolmente. Ne consegue che, come gli archeologi hanno potuto verificare, in diverse città della Romagna sorsero abitazioni splendide, realizzate appunto per ospitare dignitari importanti la cui attività gravitava attorno al nuovo centro dell’amministrazione dello Stato romano.
Nel novero di queste città – e sono anche in questo caso i dati archeologici a parlare – pare che Ariminum, con il suo clima favorevole e le vie di comunicazione che vi facevano capo, fosse una delle favorite e, non a caso, ritrovamenti di sontuosi pavimenti mosaicati risalenti agli inizi del V secolo sono relativamente frequenti negli scavi, ad indicare l’afflusso di importanti personaggi della burocrazia statale che avevano scelto di stabilirvisi.
Aggiungiamo anche che una caratteristica di tali dimore fu quella di disporre di aule absidate, ovvero di ambienti destinati a ricevere chi, ufficialmente, chiedeva udienza al proprietario il quale, ad evidenziare l’eminenza del proprio ruolo, riceveva sedendo al centro del catino absidale semicircolare. Si trattava di un simbolismo architettonico – individuabile anche nelle antiche chiese - che, con la forma emisferica della calotta dell’abside, richiamava la sfericità della volta celeste e quindi, nel caso, rimandava all’origine soprannaturale del potere che veniva espresso, attraverso i funzionari, dalla sacra figura dell’imperatore.
Quindi, la realizzazione di tali dimore era certamente avviata quando, come si è visto, tra gli importanti personaggi di passaggio, ne giunse uno certamente non desiderato, ovvero quell’Alarico capo dei Goti che si accampò presso le mura durante le trattative che, se fossero andate a buon fine, avrebbero scongiurato il sacco dell’Urbe. In tale situazione poi, parrebbe che Ariminum abbia svolto il compito addirittura di una sorta di anticamera per il palazzo imperiale ravennate ove i Goti, nel loro andirivieni tra Roma e quella che allora si chiamava Regio Flaminia, attendevano le proposte imperiali.
Non sappiamo, per altro, esattamente cosa gli antichi Riminesi contemplarono dagli spalti delle mura; certamente, in quei tempi, la paura e lo sgomento per gli inauditi avvenimenti era diffusa nei cittadini romani, poiché le sconsiderate lotte di potere sviluppatesi nel sacrum concistorium dell’inetto Onorio avevano già condotto la situazione politica e militare fuori controllo e avrebbero fatto sì che il nome di un possibile alleato – seppur infido – come Alarico si sia poi legato alla memoria di quello che - ottocento anni dopo quello dei Galli – si tramandò come il Sacco di Roma del 410.
Ma prima che si arrivasse al drammatico epilogo, durante quell’anno terribile in cui i Cristiani pensarono che l’Apocalisse fosse prossima, le mura di Ariminum ebbero modo di assistere ad altri eventi clamorosi con elezioni di imperatori fantoccio e la loro detronizzazione da parte del capo barbaro. Solo poi quando, dopo l’epocale saccheggio, i Goti lasciarono la Penisola, in Italia si tentò di far fronte al disastro causato dal loro passaggio, mentre Onorio continuò a regnare da Ravenna per diversi anni ancora.
Tuttavia, per lo meno nella coscienza dei Romani, un’apocalisse era davvero avvenuta ed il loro dominio sul mondo civilizzato era giunto al crepuscolo.

L’immagine allegata rappresenta lo scoprimento da parte degli archeologi del muro semicircolare dell’abside di una grande aula absidata, durante gli scavi di Piazza Ferrari. La foto è tratta da R. Bedetti, Dr. Eutyches chirurgo romano. Archeologia in diretta, Panozzo Editore, Rimini, 2007, p. 107.

I fatti cui si è qui accennato sono riassunti in: L. Tonini, Rimini, dal principio dell’Era volgare al MCC, Vol. II della “Storia di Rimini”, Bruno Ghigi Editore, Rimini, 1971, pp. 113 e ss.
Diversi sono poi i cronisti antichi che riportano la varie versioni dei fatti; oltre al citato Sozomeno, Historia ecclesiastica, L. IX, cap. 7., aggiungiamo anche Zosimo, Storia nuova, L. 5, capp. 35 e ss.



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